Un kookaburra in giardino

Un kookaburra in giardino
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martedì 4 giugno 2013

... dai " Quattro Salti in Padella " alla Cucina Naturale, ovvero ... cuciniamoci il benessere !!



Nel primo post avevamo dichiarato la volontà di ospitare, nella nostra casa virtuale, gli amici che arricchiscono abitualmente la nostra vita reale. Da questo, ospiteremo per qualche post, la mia amica-sorella Nicoletta (di lei ho già parlato qui  http://unkookaburraingiardino.blogspot.it/2013/03/conferme-2.html) che si unisce a noi per raccontarci della sua passione: La Cucina Naturale come Cibo Vero. Una cucina che tratta il cibo non solo come nutrimento, ma sopratutto come mezzo per restare in salute. L'argomento è stato oggetto recentemente di un interessante corso teorico-pratico, animato da Nicoletta stessa con il supporto dei pediatri che operano nel nostro paese. Vi ho partecipato anch'io in qualità, poco professionale, di fotografa e l'argomento mi ha affascinata e incuriosita. Sono consapevole che un argomento così vasto non si può condensare in poche righe, ma spero possa essere di vostro gradimento e magari vi invogli, come è successo a me, a percorrere una strada nuova.

Lascio la parola a Nicoletta.


Monica 

https://www.facebook.com/nicoletta.panicali?fref=ts
Questo è il post di una novella cuoca di cucina  naturale, delle sue sperimentazioni, nonchè pasticci,  che muore dalla voglia di convincervi  a rifiutare,  almeno saltuariamente, le lusinghe  dell' industria alimentare. QUESTA, vuole  spingerci a "giocare " facile  in cucina  a discapito della salute nostra e della famiglia.  L'amore per i nostri cari ,  passa anche attraverso la cura che poniamo nel cucinare.    L'alimentazione della cucina naturale è caratterizzata da una limitata presenza di proteine animali, mentre invece, vede come protagonisti piatti a base di cereali integrali biologici e legumi che si possono trasformare in appetibili ricette, sia salate che dolci, il tutto completato dalla presenza importante di verdura e frutta. 




Innanzitutto è bene sottolineare che il cereale deve essere rigorosamente integrale - per conservare le fibre di cui è ricco e che apportano grandi benefici al nostro intestino - e biologico, perché i "veleni" usati nell'agricoltura tradizionale, si annidano nel germe del cereale e noi li assumiamo  mangiandoli.

Partiamo  da quella che è sentita come la difficoltà maggiore: la cottura dei cereali. Intanto  distinguiamo i nostri cereali in duri - quali farro, segale, orzo, avena; mediamente duri - riso ; teneri - miglio, bulghur, cous-cous, e gli pseudo-cereali, così detti perché hanno le caratteristiche sia dei cereali che dei legumi e precisamente: quinoa, amaranto e grano saraceno.  I primi hanno bisogno di essere messi a bagno in acqua  per sei-otto ore. Gli altri possono essere cotti al momento desiderato. 
Prima di cuocerli , vanno lavati accuratamente  e il  metodo di cottura più indicato  è quello dell'assorbimento. Se utilizziamo la pentola a pressione i tempi di cottura verranno dimezzati.  Versiamo il cereale con la sua acqua  di ammollo o, se non c'è stato ammollo, aggiungendo la quantità di acqua necessaria per il tipo di cereale e un pizzico di sale (il rapporto di cereale e acqua è indicativamente di 1:2, ovvero per ogni parte di cereale si aggiungono due parti di acqua).  Portiamo a bollore a fuoco vivace, chiudiamo con il coperchio, controlliamo che la valvola sia abbassata e al fischio, abbassiamo la fiamma e prendiamo il tempo.  A cottura ultimata spegniamo e lasciamo riposare il cereale dentro alla pentola chiusa, per 5-10 minuti.  Apriamo e mescoliamo con una forchetta per renderlo più vaporoso.  I cereali teneri possono essere cotti anche con la pentola normale sempre seguendo il metodo dell'assorbimento.
Per concludere vi anticipo, con una ricetta, l'argomento del prossimo post...i legumi!!

La "farifrittata" ovvero la frittata senza uova.

(Per 4 persone)

Ingredienti:
farina di ceci  gr.160, acqua quanto basta  (per formare la pastella), 1 zucchina, 1 carota, 1 cipolla, sale, qualche cucchiaio di olio extra vergine di oliva.  Preparate una pastella liquida, senza formare grumi, con la dose di farina indicata e l'acqua, fino a raggiungere una consistenza tra il liquido e il cremoso a cui aggiungerete un poco di sale. La pastella deve riposare da un minimo di mezz'ora, a tutta la notte (questa è la soluzione migliore perché la rende più digeribile). 


Saltate in padella le verdure tagliate nello spessore che preferite e dopo una breve rosolatura, salatele e, tenendo la fiamma allegra, unite la pastella, coprite con coperchio e lasciate poi cuocere a fiamma bassa.  Quando la frittata si è ben rappresa sotto (lo capirete sollevando un piccolo lembo del bordo con una palettina) rigiratela delicatamente aiutandovi con un coperchio o piatto delle stesse dimensioni e lievemente unto di olio per far scivolare la frittata di nuovo in padella, quindi fatela cuocere dall'altra parte. Quando è pronta, dopo circa 10-15 minuti  servitela calda, ma anche fredda è buonissima.
A presto,                             
Nicoletta

martedì 2 aprile 2013

Ciao, piccolo amico piumato!



"Ciao piccolo amico piumato": ecco come Snoopy saluta il suo amico Woodstock, l'uccellino giallo con il becco enorme, che si esprime solo ad astine. E anch'io con la frase: "Ciao piccolo amico piumato", voglio salutare il piccolo pettirosso che abbiamo chiamato Robin, come il suo nome inglese. Ha riempito tutte le nostre giornate d'inverno, monopolizzando le mangiatoie dei nostri micro-giardini e facendo quel suo caratteristico canto basso, che lo fa sembrare un uccello lontano. 


Adesso è lontano davvero! Pensiamo che sia partito il 21 marzo, perché non lo vediamo da quel giorno; ed è andato via con gli altri pettirossi, perché non ne abbiamo visti più. Sono migrati per chissà quali posti: per le nostre montagne, per l'estremo Nord, per la fredda Russia ... Chissà se il prossimo inverno rivedremo i suoi sguardi curiosi, le sue guardie alle mangiatoie, le sue piccole lotte per il territorio. Noi speriamo di sì e, se ritornerà, chiederò a papà di annoiarvi con meno foto!  
Isabella






 



domenica 10 febbraio 2013

Con un po' di fortuna ...

Con un po' di fortuna stiamo facendo progressi nelle riprese delle cinciarelle. Riusciamo a fotografarle dalla finestra del salotto, dalla quale abbiamo una buona vista sulla mangiatoia che abbiamo agganciato al nostro viburno, secondo le indicazioni della Lipu. Purtroppo la molatura del vetro non sempre consente una messa a fuoco ottimale.
Buona visione a chi passerà dal nostro blog

Andrea e Isabella



















domenica 3 febbraio 2013

Le sorprese della Val Padana in una giornata di sole



Per la maggior parte dell'anno la foschia sfuma la nostra visuale all'orizzonte e a noi sembra di vivere in una pianura veramente sconfinata, della quale possiamo solo intuire i contorni. Poi, dopo una giornata di vento o di pioggia molto intensi, dove tutto quello che doveva cadere dal cielo è caduto, improvvisamente all'orizzonte compaiono le montagne. Le Alpi a nord o gli Appennini a sud, o entrambe le catene insieme. E noi viviamo un giorno di festa.  















Un saluto con una cartolina dall'argine del Po,
                                                                         Andrea


     ...  ooops, non l'ho affrancata! Speriamo vi arrivi lo stesso ...




domenica 27 gennaio 2013

"A forza di essere vento" - collage di un profano


Anche questa mattina, come spesso mi accade, mi sono svegliato molto presto, indicativamente alle cinque e un quarto. Nel tentare di riaddormentarmi ho messo gli auricolari per ascoltare la radio; normalmente nella notte, e fino alle sei del mattino, sintonizzandosi su  "Radio 24 - Il Sole 24 ORE" si possono ascoltare le repliche delle trasmissioni del giorno precedente. Nel dormiveglia ho percepito le parole di una persona della popolazione Rom che ricordava, nella ricorrenza della "Giornata della Memoria", le persecuzioni naziste e l'olocausto proprio dei popoli  nomadi Rom e Sinti.
L'idea di questo post nasce, senza pretese di ricerca storica, da chi storico non è, ma trae spunto da quell'intervista ascoltata solo parzialmente e dal ricordo di una testo letto tempo fa e ritrovato per l'occasione, con un riferimento musicale d'eccezione: Fabrizio De André ( e tè dai!) - "Khorakhané - A Forza Di Essere Vento" -  dall'album "Anime Salve" 1996. 



LO STERMINIO DEGLI ZINGARI
DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE 


La “giornata della memoria” fissata il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo 
di sterminio di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, vede unite nel ricordo delle sofferenze 
subite le vittime di una persecuzione che colpì non solo gli avversari politici dei regimi dittatoriali,
in primo luogo i comunisti, ma anche quanti venivano considerati “corpi estranei” minaccianti 
l’integrità nazionale, in primo luogo gli ebrei e gli zingari. 
L’intrecciarsi del destino degli zingari con quello degli ebrei non è un fatto recente. Cinque
secoli fa, ed esattamente il 4  marzo 1499, i re cattolici Ferdinando d’Aragona ed Isabella di 
Castiglia, bandirono dalla Spagna gli zingari, dopo aver bandito nel 1492 i mori e gli ebrei. Questo 
nell’intento di creare uno Stato  unitario, in cui una coscienza nazionale sostenesse il potere, 
premessa fondamentale per l’instaurarsi delle monarchie assolute. L’esempio della Spagna fu 
seguito dagli altri Stati dell’Europa occidentale in un crescendo che giunse sino ad assicurare
l’immunità a chi uccideva uno zingaro, come stabiliva la Dieta dell’Impero tenuta ad Augusta
nell’anno 1500, o addirittura a premiare l’assassino, come nella Repubblica di Venezia. Né mancò 
la condanna delle Chiese cristiane verso questi propagatori di superstizioni, sui quali pesava il 
sospetto di appartenere all’Islam; e se gli ebrei erano i “deicidi”, nella mentalità popolare gli zingari 
erano i forgiatori dei chiodi della crocifissione di Gesù. Quanto le misure repressive fossero 
efficaci, lo dimostra un semplice dato statistico: se nei paesi dell’Europa orientale si stima che gli
zingari siano circa otto milioni, nell’Europa occidentale essi non raggiungono i due milioni. 
In questa lunga storia di persecuzioni la “novità” del nazismo fu la volontà esplicita, 
puntualmente programmata e metodicamente eseguita, di sterminare ebrei e zingari come popolo, 
una volontà di genocidio. 
Si è molto discusso se la persecuzione degli zingari sotto il regime nazista e sotto i regimi
fascisti degli Stati satelliti sia stata motivata dalla prevenzione e repressione della criminalità 
oppure da motivi razziali. La prima tesi, sostenuta anche a lungo dal governo della Repubblica
Federale Tedesca per negare loro ogni riconoscimento e risarcimento, trova il suo fondamento nella 
qualifica di “asociali” attribuita  agli zingari ancor prima dell’avvento di Hitler. Già nel 1899 era 
stato istituito a Monaco di  Baviera un apposito ufficio (Zigeunerpolizeistelle) con compiti di 
controllo e di schedatura, la cui competenza fu estesa nel 1926 a tutto il territorio nazionale; nel 
1938 l’ufficio fu trasferito a Berlino presso la polizia criminale del Reich alle dirette dipendenze di
Himmler. 
Ma è possibile che 500.000 vittime, fra cui quasi la metà bambini, fossero tutte dei 
criminali? In realtà già fin dal 1935, in ottemperanza delle leggi di Norimberga “per la tutela del 
sangue e dell’onore tedeschi”, i teorici della razza includevano nelle misure razziali anche gli 
zingari. La questione, che si presentava controversa data la loro origine indiana e la lingua ariana 
parlata, fu affidata nel 1936 ad un apposito ufficio, il Centro di ricerche scientifiche 
sull’ereditarietà, diretto dal dott. Robert Ritter. Le conclusioni del dott. Ritter e della sua assistente
Eva Justin segnarono il destino definitivo degli zingari: erano da considerarsi come un meticciato di
diversi elementi razziali e pertanto pericolosi per la purezza del sangue tedesco: dovevano quindi
essere sterilizzati e/o deportati nei campi di concentramento. 
Le prime deportazioni degli zingari ebbero luogo già nel  1936 nel “campo di lavoro” di 
Dachau, destinato agli “asociali”, categoria in cui erano inclusi, oltre agli zingari, i detenuti politici, 
gli omosessuali e i Testimoni di Geova. Il 1°  luglio giunse un primo trasporto di 170 zingari, 
seguito da altri tre. Nello stesso anno per “ripulire” Berlino in occasione delle Olimpiadi i Sinti 
5 della zona furono rinchiusi nel campo di Marzahn, da cui dovevano uscire solo per essere deportati 
ad Auschwitz. Nel 1937 crescente fu il numero dei deportati a Sachsenhausen, Sachsenburg, 
Lichtenberg, Dachau e, dopo l’annessione dell’Austria, a Mauthausen. 
Il 27 settembre 1939 fu decisa  da Heydrich la “soluzione finale” per ebrei e zingari: la 
detenzione in campi di concentramento non doveva essere che la premessa della loro estinzione. Un 
primo passo fu la deportazione dei 30.000 zingari viventi in Germania nella Polonia occupata, il 
cosiddetto Governatorato generale, rinchiudendoli  dapprima nei ghetti di Lodz, Varsavia, Siedle, 
Radom e Belsec e poi nei Lager di Treblinka, Majdanek, Sobibor. Il Liquidierungsbefehl (ordine di 
liquidazione) del maggio 1941 dispose  “l’uccisione di tutti gli indesiderabili dal punto di vista 
razziale e politico in quanto pericolosi per la sicurezza”, indicando quattro categorie principali:
funzionari comunisti, asiatici inferiori, ebrei e zingari. Infine lo  Auschwitzerlass (decreto di 
Auschwitz) del 16 dicembre 1942 dispose l’internamento di tutti gli zingari  anche dai territori 
occupati. Nel febbraio 1943 fu predisposto ad Auschwitz-Birkenau il cosiddetto “campo per
famiglie zingare” nel settore II E con 32 baracche, dove furono accolti in condizioni spaventose, 
come attestato dallo stesso  comandante del campo Rudolf Hoess, i 20.946 Zingari regolarmente 
registrati. Nella notte del 2 agosto 1944 gli ultimi 2.897 sopravvissuti furono passati nelle camere a 
gas. Ma altri già li avevano preceduti: si sa di trasporti interi uccisi al loro arrivo per sospetto di 
epidemie. E molti altri trovarono la morte  negli altri Lager: Flossenburg, Ravensbrück, 
Buchenwald, Bergen Belsen, Majdanek, Sobibor, Kulmhof… 
L’Austria non aveva atteso queste disposizioni, ma fin dal 1939 aveva creato dei Lager 
appositi per gli zingari austriaci a Salisburgo e  a Lackenbach, mentre quelli stranieri venivano 
detenuti a Mauthausen. In seguito molti furono avviati nei campi di sterminio. Dei 16.493 cittadini 
austriaci morti nei campi di concentramento, 4.097 erano ebrei e circa 6.000 zingari. Nel solo 
campo di Auschwitz fra il 31 marzo 1943 e il  22 gennaio 1944 furono internati 3.923 zingari
austriaci, di cui il 42% era costituito da bambini. 
Solo gli zingari polacchi non venivano deportati; temendo che potessero evadere, venivano 
massacrati sul posto: bambini scaraventati contro gli alberi per sfracellarne il cranio o gettati in aria 
per infilzarli con le baionette, donne incinte sventrate, altre con i seni recisi, fucilazioni in massa 
con sepoltura in fosse comuni anche dei feriti. Analoga sorte ebbero gli zingari nei territori occupati 
all’Est ad opera non solo delle SS, ma anche della Wehrmacht. In Boemia e in Moravia la 
popolazione zingara fu quasi completamente sterminata. In Ukraina la stessa polizia locale si fece
parte attiva nell’individuare gli zingari e ucciderli. Del resto gli ukraini si distinsero anche per la 
loro ferocia come Kapo nei campi di sterminio. Nelle Repubbliche Baltiche la persecuzione ebbe 
inizio il 5 dicembre 1941 per ordine del comandate della Sicherheitspolizei Lohse: agli zingari, in 
quanti inaffidabili e propagatori di epidemie, doveva essere riservato lo stesso trattamento che agli 
ebrei. Singolare la testimonianza del vescovo di Riga, Mons. Springovics, il quale in una lettera 
diretta al papa Pio XII del 12 dicembre 1942 raccontava come i lettoni avessero accolto i tedeschi
come liberatori dal dominio sovietico, ma ben presto avessero dovuto ricredersi: “L’atrocità della 
dottrina nazista si è mostrata in Lettonia in tutta la sua durezza e abominazione”. Sterminati “in
modo crudelissimo” ebrei, zingari e malati mentali. 
In generale nei territori sovietici occupati agivano le  Einsatzgruppen (gruppi di assalto), 
unità adibite alla repressione. Particolarmente dura l’azione condotta in Crimea, dove gli zingari 
erano molto numerosi. Fra il 16 novembre e il 15 dicembre 1941 ne furono massacrati 824. Il 
quartiere zingaro di Sinferopol fu minato e fatto saltare in aria. Secondo una testimonianza, al 
processo di Norimberga “la pila dei cadaveri superava i bordi delle fosse e rimase così a lungo allo 
scoperto”. 
In Slovacchia, Stato satellite del Reich, in un primo tempo solo gli uomini furono inglobati 
in squadre speciali di lavoro forzato. Quando la lotta partigiana si fece più forte e organizzata, gli 
zingari furono sospettati di connivenza e le “Guardie di Hlinka”, i fascisti slovacchi, compirono 
massacri orrendi, sterminando intere famiglie, spesso chiudendole nelle loro capanne per bruciare 
vivi bambini, donne, anziani. 
6 In Romania si ebbe la deportazione di quanti abitavano nei dintorni di Bucarest nella 
Transnistria, il territorio compreso fra il Dniester e il Bug, una  terra bruciata dalla guerra dove, 
privati di ogni loro bene compresi i cavalli e i carrozzoni, perirono praticamente di fame. In 
Ungheria le “Croci stellate”, i miliziani fascisti, si fecero parte attiva  nella deportazione degli 
zingari nei Lager polacchi. Invece in Bulgaria, pur occupata da truppe tedesche, il primo ministro 
Dimitar Pečev si oppose decisamente all’emanazione di leggi razziste e costrinse il re Boris a
ritirare il decreto che già aveva firmato sotto la pressione degli occupanti. 
Anche nei paesi occidentali ci furono gravi persecuzioni, soprattutto in Francia, dove già nel 
1940, cioè prima dell’occupazione tedesca,  il governo aveva creato numerosi campi di 
concentramento, vere e proprie  anticamere di Auschwitz. Nell’agosto di quello stesso anno ne
esistevano ventisei nel Sud e sedici nel Nord della Francia. 
Dal Belgio si ebbe un solo trasporto, il convoglio Z del 1944, con cui furono deportati ad 
Auschwitz 351 Zingari e solo cinque tornarono indietro. 
Nella Jugoslavia occupata il governatore tedesco Thurner poteva dichiarare nel 1942 che
quello era l’unico paese dove si era riusciti a risolvere totalmente la questione ebrea e quella 
zingara. Nel dopoguerra la Commissione di Stato della Repubblica Federale e Popolare della
Jugoslavia faceva ammontare a 600.000 le vittime e aveva individuato 289 fosse comuni. Da 
Belgrado fu deportato a Dachau anche il vescovo ortodosso Nikolaj Velimirović, l’unico vescovo 
rinchiuso nei Lager nazisti, a motivo che era zingaro. La Chiesa serba ortodossa lo ha dichiarato 
santo nel 1984. Ma forse il paese dove ci furono gli stermini più atroci fu la Croazia, proclamata 
Stato indipendente il 10 aprile 1941 sotto la  guida di Ante Pavelić, capo degli ustaša, i fascisti 
croati. Subito il ministro dell’interno Andrja Artukovic proclamò lo sterminio degli avversari 
politici, degli ebrei, degli zingari e dei serbi, creando ben 71 campi di concentramento. La 
documentazione fu distrutta alla fine della guerra e ora si stanno faticosamente ricostruendo gli 
elenchi dei deportati. Fra gli zingari le vittime accertate fino al 1998 sono 2.406, di cui 840 
bambini. Il campo più terribile era quello di Jasenovac, dove si uccidevano le persone con metodi 
barbari. Né mancarono campi destinati ai bambini, come quello di “rieducazione” a Jastrebarsko, 
dove fra l’aprile 1941 e il giugno 1942 morirono 3.336 bambini di varie etnie di età fra gli uno e i
quattordici anni a causa degli stenti, ma anche  degli “esperimenti medici” finiti poi con una 
pugnalata al cuore o una mazzata in testa. Nel campo per le donne di Stara Gradiska perirono oltre
trecento bambini zingari. Direttrice del campo era Nada Luburic, moglie di Dinko Sakic, 
comandante del campo di Jasenovac. Alla fine della guerra i due si rifugiarono in Argentina per 
sfuggire al mandato di cattura emanato contro di loro nel 1945 dalla Commissione per i crimini di 
guerra. Solo nell’autunno 1998 sono stati estradati a Zagabria e sottoposti a processo. Nada Luburic
è stata assolta, perché sarebbero mancati i testimoni. Dinko Sakic è stato riconosciuto colpevole 
delle torture e della morte di oltre 2.000 detenuti  serbi, ebrei, zingari  e antifascisti croati e 
condannato a vent’anni di reclusione. 
In Italia non ci furono provvedimenti razziali contro gli zingari. Le leggi razziali, emanate
nel 1938, riguardavano solo gli ebrei e i mulatti, cioè i figli degli italiani in Africa, dove vigeva il
costume del madamato, cioè di avere una concubina africana. Ai loro figli fu negato il diritto alla 
cittadinanza italiana. 
Verso gli zingari furono introdotte invece misure speciali di polizia a cominciare dal 1938, 
quando le famiglie nomadi, che vivevano lungo i confini orientali, furono deportate in Sardegna e in 
Basilicata, dove però furono lasciate libere a patto che non abbandonassero quelle regioni. 
Dopo l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940 una circolare del Ministero dell’Interno 
ordinava ai Prefetti di predisporre il concentramento degli zingari nomadi in appositi campi. 
L’ordine fu eseguito solo parzialmente per  l’opposizione dei Comuni di accoglierli sul loro 
territorio; ma anche là dove esistevano, la sorveglianza era minima. Per i Rom stranieri furono 
creati due appositi campi a Tossiccia sul Gran Sasso in provincia di Teramo e ad Agnone in 
provincia di Isernia. Vi furono rinchiuse le famiglie dei Rom della Slovenia, divenuta provincia 
italiana. Ad esse si aggiunsero molti altri, che si consegnavano spontaneamente ai soldati italiani 
7 per sfuggire ai massacri degli ustaša. I due  campi durarono fino all’8 settembre 1943, quando i 
carabinieri, che li avevano in custodia, si rifiutarono di consegnarli ai tedeschi e li lasciarono liberi 
di fuggire. Molti si rifugiarono in montagna ed alcuni si aggregarono ai partigiani. Si ha notizia di 
singole persone rinchiuse in altri campi, come per esempio a Ferramonti di Tarsia in provincia di
Cosenza, il più grande campo di concentramento italiano. 
Quando è finita la guerra, abbiamo detto “mai più”, invece purtroppo oggi dobbiamo dire 
“ancora”. Le guerre intestine scoppiate nella ex Jugoslavia e i conseguenti programmi di “pulizia 
etnica” hanno visto in primo luogo tra le vittime i Rom delle Krajne, della Bosnia, della Erzegovina 
e del Kosovo. Sono continui gli episodi di violenza, dovuti soprattutto a gruppi neonazisti in 
Slovacchia, in Repubblica Ceca, in Romania, in Bulgaria (villaggi bruciati, gente picchiata a morte 
o scaraventata dalle finestre o annegata nei  fiumi) tanto che l’OSCE (Organizzazione per la 
Sicurezza e la Cooperazione in Europa) ha istituito un apposito ufficio a Varsavia per la tutela dei 
Rom e il Consiglio d’Europa ha approvato  nel maggio 1997 un documento che condanna il
razzismo contro gli zingari. 
Le persecuzioni e la crisi economica del paesi dell’est ha provocato un forte esodo verso 
l’occidente, dove questo flusso di profughi non è stato certo accolto benevolmente. Anche l’Italia
non è immune da episodi di violenza. La cronaca riporta episodi di fucilate contro gli accampamenti 
o di mine poste al loro ingresso, di tentativi di bruciare le roulottes, di giocattoli esplosivi regalati ai 
bambini. E che dire dello stillicidio di morti bianche dei bambini che muoiono di freddo o bruciati 
vivi nelle fatiscenti baracche, in cui le famiglie vivono spesso ammassate nei cosiddetti campi
nomadi (per loro che non sono nomadi) in condizioni indegne di un essere umano, campi che sono 
valsi per l’Italia il 18 marzo  1999 una dura condanna di razzismo da parte del Comitato per 
l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali (CERD) dell’ONU. 
Per la giornata del ricordo del 27 gennaio 1999 l’Associazione Presencia gitana di Madrid 
ha lanciato un manifesto con una ruota spezzata su uno sfondo di camini dei forni crematori e la
scritta “ma bister” (in lingua zingara “non dimenticare”). Credo che questo monito dovrebbe essere 
sempre tenuto vivo proprio per non veder ripetersi gli orrori del passato. 

BIBLIOGRAFIA 
Nella Collana europea “Interface”: 
AA.VV., Gli Zingari nella Seconda guerra mondiale. 1 - Dalla “ricerca razziale” ai campi nazisti.
Libreria Anicia – Via San Francesco a Ripa, 62 – 00153 Roma
AA.VV., The Gypsies during the Second World War. 2 – In the shadow of the Swastika
University of Hertfordshire Press – College Lane – Hatfield – Hertfordshire

Testo tratto da:
Quaderni del Centro per la didattica della Storia - Numero 1
Giornata della Memoria 2001 - Atti del Convegno di Studio sulle Persecuzioni e Stermini nella Seconda Guerra Mondiale - Pisa 13 ottobre 2000. 
Assessorato Istruzione e Cultura della Provincia di Pisa
Centro di documentazione e Ricerca Educativa





Andrea

giovedì 10 gennaio 2013

' A Cimma - Fabrizio De André e Ivano Fossati

Una bellissima canzone, scritta da Fabrizio De André e  Ivano Fossati, che si può leggere (*), ascoltare o cucinare (**).

Ti t'adesciàe ‘nsce l'èndegu du matin
ch'à luxe a l'à ‘n pè ‘n tera e l'àtru in mà
ti t'ammiàe a ou spègiu de 'n tianin

ou cè uo s'amnià a ou spegiu dà ruzà
ti mettiàe ou brùgu rèddenu'nte ‘n cantùn
che se d'à cappa a sgùggia ‘n cuxin-a stria
a xeùa de cuntà ‘e pàgge che ghe sùn
‘a cimma a l'è za pinn-a a l'è za cùxia


Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa


Bell'oueggè strapunta de tùttu bun
prima de battezàlu ‘ntou prebuggiun
cun dui aguggiuìn dritu ‘n pùnta de pè
da sùrvia ‘n zù fitu ti ‘a punziggè
àia de lùn-a vègia de ciaèu de nègia
ch'ou cègu ou pèrde ‘a tèsta l'àse ou sentè
oudù de mà misciòu de pèrsa lègia
cos'àtru fa cos'àtru dàghe a ou cè


Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa
e ‘nt'ou nùme de Maria
tùtti diài da sta pùgnatta
anène via


Poi vegnan a pigiàtela i càmè
te lascian tùttu ou fùmmu d'ou toèu mestè
tucca a ou fantin à prima coutelà
mangè mangè nu sèi chi ve mangià


Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa
e ‘nt'ou nùme de Maria
tùtti diài da sta pùgnatta
anène via.

(Ti sveglierai sull'indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra 
e l'altro in mare
ti guarderai allo specchio di un tegamino
il cielo si guarderà allo specchio della rugiada
metterai la scopa dritta in un angolo
che se dalla cappa scivola in cucina la strega
a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena è già cucita


Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura


Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche
con due grossi aghi dritti in punta di piedi
da sopra a sotto svelto la pungerai
aria di luna vecchia di chiarore di nebbia
che il chierico perde la testa e l'asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos'altro fare cos'altro dare al cielo


Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via


Poi vengono a prendertela i camerieri
ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere
tocca allo scapolo la prima coltellata
mangiate mangiate non sapete chi vi mangerà


Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via)







Andrea

(*):     !
(**):   !!




domenica 6 gennaio 2013

La galette des rois



A noi piacciono i mercatini, quelli dove si trovano "le cose di altre case", come dice Andrea, senza pretese d'antiquariato ... per intenderci, quelli "delle pulci". Non tanto tempo fa, ci siamo imbattuti in un banchetto curioso, animato da una gentile signora; il parlato con le erre arrotolate da quell'accento che "fa molto chic". Sollecitata dalle nostre domande, scopriamo di lei che è francese e nel raccontarsi ci spiega la natura di quelle che erano state l'origine della nostra curiosità ... piccole statuine di ceramica. 



Nel suo paese d'origine le raccoglie da anni e provengono da dolci che vengono consumati, per tradizione, durante l'Epifania. 



Nella "Torta dei Re" viene celata all'interno una piccola sorpresa e chi, mangiando il dolce, la trova è il re per tutta la giornata e ha diritto di portare la corona.



In Francia si trova in tutte le pasticcerie e viene venduta con la corona monouso per supplire alla mancanza di quella di famiglia. Originariamente all'interno del dolce veniva nascosta una fava poi, nell'Ottocento, fu sostituita con figurine di porcellana che diedero origine a vere e proprie collezioni.



Noi siamo rimasti affascinati dal racconto e dalle statuine e così abbiamo iniziato a cercarle e raccoglierle.



Quelle che vedete nelle foto, che ho scattato per l'occasione, sono relative alla Natività e quest'anno, trovando la ricetta del dolce che originariamente le conteneva, abbiamo pensato di riunire, per curiosità, gli elementi così da rievocare la tradizione di cui ci aveva narrato la signora francese.




Ingredienti: 460 gr. pasta sfoglia stesa 120 gr. farina di mandorle 90 gr. burro 90 gr. zucchero 2 uova 1 mandorla sgusciata vaniglia rum.

1. Amalgamate bene lo zucchero con il burro morbido, aggiungendo i semi di mezzo baccello di vaniglia: mescolate con una frusta, finchè il composto diventa cremoso. Incorporate poi un uovo e 1-2 cucchiai di rum.

2. Unite al composto di burro la farina di mandorle (volendo, potete rinforzare il gusto aggiungendo anche qualche goccia di essenza di mandorle)

3. Spalmate la crema su un disco di sfoglia, lasciando 5 cm di margine. Nascondete all'interno della torta, nel ripieno, una mandorla, una noce, una nocciola o altro a piacere. Spennellate il bordo libero con un po' di albume.

4. Coprite il ripieno con l'altro disco di sfoglia e premete bene il bordo, in modo che aderisca bene alla base.

5. Ritagliate il bordo con un coltellino o con un anello tagliapasta. Spennellate la superficie della torta con un tuorlo battuto con un po' d'acqua.

6. Sigillate ulteriormente i bordi con i rebbi di una forchetta, in modo da ottenere un motivo decorativo. Decorate pure la superficie della torta con incisioni curve o a griglia o con i disegni che preferite. Infornate la torta a 200°C per 20', abbassate a 180°C e cuocete per altri 15 minuti.



(La ricetta è tratta da "La Cucina Italiana" -  rubrica "Cucina dal Mondo", numero di dicembre 2012).







Vi assicuro che è anche deliziosa e offrendovene una fetta vi auguro
BUONA EPIFANIA!!
Monica

martedì 1 gennaio 2013

Non potevamo iniziare in un modo migliore.......

I nostri auguri "speciali" per voi! Che L'anno nuovo possa regalarci serenità e anche un po' di leggerezza.


 BUON ANNO!!!!!







The Kookaburra Family




martedì 25 dicembre 2012

Un pettirosso augurale





Tra il 27 novembre ed il 7 dicembre scorsi sono riuscito a scattare molte foto ad un pettirosso che fa spesso visita al nostro piccolo giardino. Di solito è molto sfuggente e guardingo, ma in quei giorni sono stato particolarmente fortunato: mentre Monica gli parlava, incuriosendolo (!),  io ho potuto fare parecchi scatti. 


Avevo anticipato il mio progetto di fotografare i pettirossi nella risposta ad un commento di Alex - Topogina Bonetto al post "Il piccolo condominio", ma mai avrei creduto di poter completare "l'opera" in così breve tempo.







Ho riassunto le fotografie in un filmato che ho pubblicato su YouTube e che potrete vedere, se lo desiderate, anche attraverso il link in questo post.



Oggi è il giorno di Natale e questo è anche il nostro modo per fare gli auguri a tutti coloro che passeranno nel  nostro blog.

Andrea e  The Kookaburra family